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No border farmers

Salvatore Altiero

I costi ambientali dello sviluppo premono su comunità ancora dipendenti dall’ecosistema: questa iniquità è all’origine delle storie di Dauod, Peter e Adama. Dall’Artico al Mali, storie di territori negati, dallo scioglimento dei ghiacciai, dalla guerra, dallo sfruttamento. Se l’uomo migra da sempre per cambiare il proprio ambiente di vita, le migrazioni ambientali non ammettono confini. L’agricoltura sociale e sostenibile, può essere invece una risposta alle migrazioni e al cambiamento climatico

Comportamenti sostenibili
Foto 1: Durante le riprese del suo film su Solomon Bibo, migrante ebreo che difese le terre dei Nativi Americani Acoma fino ad essere accettato come capo tribù, il regista Paul Ratner ha trovato alcune foto che raccontano una cultura spazzata via dalla guerra per l'accaparramento delle risorse ma anche una storia di integrazione tra culture e popoli. Alcune sono state colorate a mano, altre furono scattate con l'appena nato processo Kodachrome.
Foto 2: Il Muro della Vergogna, a sud di Betlemme - Salvatore Altiero. La storia di Solomon Bibo fa oggi da contraltare al conflitto che stravolge Israele e Palestina. Quella tra israeliani e palestinesi può essere letta come guerra determinata concause ambientali: l’accaparramento di terra, il controllo delle risorse idriche e la militarizzazione del territorio finalizzata al controllo di risorse essenziali per la popolazione palestinese. Tutto questo ha come emblema la barriera di separazione costruita dallo Stato israeliano, che penetra profondamente all’interno della Cisgiordania per integrare le colonie. Per lunghi tratti, la barriera è stata costruita su terreni confiscati a ridosso dei villaggi palestinesi. Fra Qalqilya e i villaggi confinanti, il 45% delle terre coltivate dai palestinesi e un terzo dei pozzi d’acqua si trovano all’esterno della barriera cosicché i contadini sono costretti a chiedere permessi per accedere alle loro stesse terre.
Foto 3: Il Muro della Vergogna, a sud di Betlemme - Salvatore Altiero. All’inizio del 2003, una vasta area lungo la barriera di separazione venne dichiarata «zona militare interdetta»: tutti i palestinesi di età superiore ai 12 anni avrebbero dovuto ottenere un’attestazione di «residenza permanente» per continuare a vivere nelle proprie case. Nel maggio 2004, le opere connesse alla barriera hanno imposto lo sradicamento di 102.326 olivi e piante d’agrumi, la demolizione di 30 ettari di serre e 37 km di condotte d’irrigazione. Secondo la United Nations Relief and Works Agency for Palestine Refugees in the Near East, 15 comunità, circa 138.593 persone, sono state direttamente danneggiate, incluse 13.450 famiglie di rifugiati palestinesi, 67.250 persone. Il conflitto tra Israeliani e Palestinesi genera migrazioni interne e il muro, raccontato come barriera contro gli attentati terroristici, è in realtà uno strumento di sottrazione di risorse essenziali che separa due popoli e genera odio.

"Questo sappiamo. Non è la terra ad appartenere all’uomo, è l’uomo ad appartenere alla terra. Tutte le cose sono connesse come il sangue che unisce una famiglia. Tutto è connesso. Dov’è finito il bosco? È scomparso. Dov’è finita l’aquila? È scomparsa. È la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza".

Nel 1854, Capo Seattle, condottiero nativo americano scrisse al Presidente degli Stati Uniti, Franklin Pierce, in merito all’intenzione del governo di comprare il territorio della sua tribù.

Foto 1

Ancora oggi, l’accaparramento di risorse è al centro di molti conflitti. Il “muro della vergogna” eretto sulle terre confiscate ai villaggi palestinesi rappresenta un segno tangibile di questi processi. Nel maggio 2004, per la costruzione della barriera sono stati sradicati 102.326 olivi e piante d’agrumi. Circa 138.593 persone sono state direttamente danneggiate, inclusi 67.250 rifugiati palestinesi.

Foto 2-3

In questo territorio conteso, si trova la fattoria di Dauod Nassar, cristiano palestinese della zona di Betlemme. Qui, anche grazie alla solidarietà internazionale, è nata la Tenda delle Nazioni in cui volontari di ogni parte del mondo vivono e lavorano scoraggiando la requisizione dei terreni. Alla famiglia Nassar è stato negato l’allaccio alla corrente elettrica e all’acqua ma l’agricoltura sociale e l’energia sostenibile permettono di resistere pacificamente agli espropri.

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Oggi, l’Occidente sviluppato, è anche il racconto dei fallimenti di un modello produttivo debitore di questi conflitti e processi di accaparramento: un’economia sconquassata, la prima generazione condannata a guadagnare meno dei propri genitori. Ma anche quella che consumerà merci e idrocarburi che passeranno dall’Atlantico al Pacifico attraverso il mar Glaciale Artico.

La nuova frontiera del trasporto marittimo aperta dal global warming, un simbolo dell’insana capacità umana di stravolgere l’atmosfera e trasformare l’intero Pianeta in spazio geografico asservito alle proprie esigenze.

Le navi mercantili sono responsabili del 5% delle emissioni di gas serra a livello globale: equivale al soffio tossico di una centrale a carbone galleggiante dritto sul cuore della febbre del Pianeta.

Cosa lega crisi ambientale ed economica in un modello di sviluppo che genera guerre e infrange insieme i limiti ecologici del Pianeta e quelli di giustizia sociale?

Negli ultimi otto anni sono stati 203,4 milioni gli sfollati per calamità naturali ed eventi climatici estremi, ai quali bisogna aggiungere le migrazioni forzate per cause ambientali più direttamente connesse allo sfruttamento delle risorse.

Dall’Artico all’Africa, le storie di vita dei migranti solcano le nuove “rotte climatiche” delle migrazioni, per infrangersi su barriere erette a tutela di un sistema produttivo capace di garantire benessere e risorse ad un numero decrescente di esseri umani.

Artico. Per Peter, abitante di Newtok, il cambiamento climatico è un ricordo d’infanzia, di quando ascoltava gli uomini del suo villaggio discutere preoccupati del mare di Bering che non avrebbe più rivisto l’inverno. Oggi Peter ha settant’anni e per i circa 350 eschimesi Yupik che vivono a Newtok, sulla costa occidentale dell’Alaska, non è rimasta altra scelta che quella di trasferire il villaggio prima che finisca sommerso dall’acqua.

Stessa sorte per gli eschimesi Inupiat del villaggio di Shishmaref, a meno di 50 km dal circolo polare artico.

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Il Mali, è tra i maggiori produttori ed esportatori di cotone dell’Africa, il cotone qui rappresenta il perno delle strategie di riduzione della povertà. Dal 2001 ad oggi la produzione è raddoppiata ma a ciò non corrisponde il miglioramento delle condizioni di vita dei coltivatori.

Adama è nato a Blendio nella regione di Sikasso. Lui e la sua famiglia erano coltivatori di cotone. Lavoravano da sempre una terra di proprietà del villaggio per la Compagnia Malienne pour le Développement du Textile, la società tessile del Mali.

A inizio stagione, la società fornisce sementi, fertilizzanti e pesticidi ai coltivatori, che sono tenuti a pagare a fine raccolto.

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A partire dagli anni ‘80, siccità estrema e alluvioni si sono susseguite con frequenza e intensità anomale, colpendo tre milioni di persone. Adesso, nel villaggio di Adama come in tanti altri, è impossibile sostentare le famiglie attraverso l’agricoltura. Alla fine dell’anno i coltivatori si ritrovano indebitati e la CMDT, che a sua volta ha contratto prestiti con le banche per l’acquisto delle sementi, dei pesticidi e dei fertilizzanti, requisisce i loro beni e arresta i contadini.

Adama ha deciso di lasciare il suo villaggio. In Libia è stato preso in ostaggio dai trafficanti che hanno chiesto alla famiglia un riscatto. Arrivato in Italia nel 2014 ha presentato richiesta di protezione internazionale. Se raccontasse la sua vera storia verrebbe considerato un migrante economico e non avrebbe diritto allo status di rifugiato.

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